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Croce: “Il NO dei giovani che scuote il Paese”

Tempo di lettura: 2 Minutei

di Cristina Croce

Tra gli elementi più significativi emersi da questo referendum vi è l’orientamento espresso da una
parte rilevante dell’elettorato giovanile. Secondo le elaborazioni diffuse nelle ore successive al voto
tra i cittadini di età compresa fra i 18 e i 34 anni il NO avrebbe raccolto un consenso pari al 61%.
Si tratta di un dato che merita di essere considerato con attenzione.

La riflessione, tuttavia, dovrebbe sottrarsi alle semplificazioni più immediate. Da tempo i giovani
vengono descritti come fragili, disorientati, ripiegati nel virtuale, segnati dall’isolamento e da un
progressivo allontanamento dalla vita pubblica. Eppure questo voto sembra restituire un’immagine
diversa: quella di una generazione capace di interrogarsi profondamente, di discernere, di avvertire
il peso delle scelte che incidono sugli equilibri istituzionali.

Sarebbe improprio attribuire automaticamente quel NO a una sola motivazione. È plausibile,
piuttosto, che in quella scelta confluiscano ragioni differenti: diffidenza verso cambiamenti ritenuti
poco convincenti, domanda di maggiori garanzie, sensibilità verso la tenuta dell’impianto
costituzionale oppure, più semplicemente, richiesta di maggiore chiarezza e serietà nel proporre
riforme che toccano l’assetto del Paese, soprattutto se hanno a che fare con i valori fondamentali
della Costituzione. Proprio per questo, il dato non dovrebbe essere forzato entro letture ideologiche
troppo lineari.

Una considerazione, nondimeno, può essere avanzata. Se una quota così significativa di giovani ha
scelto il NO, ciò può essere letto sicuramente come il segnale di un’attenzione tutt’altro che
marginale verso i principi di equilibrio, rappresentanza, tutela e partecipazione che la Costituzione
incarna. Non come adesione retorica a un simbolo, ma come consapevolezza che i principali punti
di tenuta democratica- l’uguaglianza, la libertà, la partecipazione, la separazione dei poteri- non
possano essere messi in discussione.
In questa prospettiva, il voto giovanile assume un significato politico e civile di particolare rilievo.
Non perché autorizzi conclusioni assolute, ma perché mostra che anche le generazioni
apparentemente più esposte alla precarietà e all’incertezza non sono affatto estranee alla
responsabilità pubblica. Al contrario, possono esprimere una domanda forte di stabilità democratica,
di trasparenza istituzionale, di rispetto per quelle regole fondamentali che rendono possibile la
convivenza.

Dire NO, allora, non significa affatto chiusura o timore del cambiamento, significa, invece, richiesta
di maggiore serietà e trasparenza, desiderio di esercitare diritti con cognizione di causa, esigenza di
non incrinare equilibri percepiti come essenziali. Ed è forse proprio questa forma di presenza, ancor
più del semplice esito numerico, a custodire il tratto più vero di quel passaggio.
Forse è questo il punto più interessante che il referendum consegna al dibattito pubblico: i giovani
non sono soltanto destinatari passivi delle decisioni altrui. Sono, invece, soggetti consapevoli,
capaci di opporsi quando avvertono che ciò che è in gioco riguarda la qualità della democrazia e la
solidità del suo orizzonte costituzionale. Ed è proprio qui che si rivela il loro valore: quello di non
essere spettatori, ma custodi consapevoli del futuro.


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