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“Il futuro di Orvieto si chiama MOST – Museo dei Tesori Nascosti. Questo è il momento, ecco perché”

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Riceviamo e pubblichiamo a firma di Franco Raimondo Barbabella, consigliere comunale civico

Conclusa la vicenda della Capitale Italiana della Cultura, il capogruppo consiliare di “Prima gli Orvietani” Franco Raimondo Barbabella indica nel MOST – Museo dei Tesori Nascosti il futuro della città. Lo fa con una lettera aperta indirizzata al sindaco, Roberta Tardani.

Di seguito in forma integrale:

Cara sindaca,
ho seguito con interessata partecipazione lo sforzo tuo e dei tuoi collaboratori per la candidatura della nostra città a Capitale italiana della Cultura 2025. Mi è dispiaciuto che l’esito non sia stato quello sperato, ma credo che non sia questa la cosa più importante. Dal mio punto di vista è più importante capire se e dove questa vicenda abbia evidenziato, soprattutto ab origine, debolezze e contraddizioni nell’iniziativa politica della città e del territorio per trarne insegnamento e guardare avanti.

Io ho ben chiaro che nella proposta, a quanto mi è dato di capire, ci sono alcune idee tutt’altro che disprezzabili, magari qualora inserite in un contesto più strutturato e solido. Preliminarmente però devo confessare il disagio di aver dovuto informarmi del progetto solo attraverso i mezzi di comunicazione, essendomi stata data la possibilità di un contatto diretto solo in due occasioni certo non determinanti.

Trovo francamente un errore, disdicevole e senz’altro limitante, che sia stata disattesa la partecipazione dei livelli istituzionali, a partire proprio dal Consiglio comunale per arrivare all’amministrazione provinciale e a quella regionale. Asti ad esempio lo ha fatto, e lo ha fatto soprattutto Agrigento, dando la sensazione di un’intera provincia e di un’intera regione coinvolte in uno sforzo corale. Si dirà che qui in Umbria le città erano tre, ma questo appunto semmai indica un problema non di poco conto, da affrontare senz’altro per il futuro.

Credo sia soprattutto produttivo un confronto sul contenuto e sul metodo, la cui analisi critico-costruttiva può anche produrre un rovesciamento di direzione: da quella che per diverse ragioni può apparire una battuta d’arresto ad un rilancio dell’iniziativa in una dimensione ancora più larga e ambiziosa. Ecco di seguito quello che penso, in totale serenità.

Come ho già detto, ho letto la sintesi ufficiale del dossier e ho seguito con attenzione la presentazione ufficiale nelle sue diverse fasi. In particolare mi hanno colpito – lo sottolineo in funzione del ragionamento che sto tentando di fare – le domande dei membri della commissione giudicatrice per la loro acutezza, che denunciava sia la conoscenza puntuale del progetto sia quelli che a loro, e poi devo dire anche a me, sono sembrati punti deboli rilevanti.

Deboli non solo di per sé, ma per la natura e le finalità dell’iniziativa promossa dal Ministero della Cultura, con un bando per la capitale italiana assimilato a quello per la capitale europea, e dunque finalizzando la politica culturale delle città a dare forza di futuro al patrimonio, allo sviluppo economico anche per trattenere i giovani, alla coesione sociale e alla crescita civile.

Non a caso dunque è stato chiesto di chiarire e fare esempi sullo sconfinamento delle azioni previste, sulle interconnessioni e sullo spopolamento, su cui il progetto si è concentrato e su cui pure si è molto insistito nella presentazione. Poi perché non si è pensato ad un plesso di azioni per la valorizzazione dell’arte del passato a partire dalla cattedrale. Ancora: chiarimenti circa le proposte con cui si prevedono ricadute permanenti oltre il 2025 in funzione della lotta allo spopolamento e per lo sviluppo dell’area interna. Infine, chiarimenti ulteriori sulle iniziative culturali in funzione degli interessi e delle aspirazioni dei giovani.

Personalmente giudico apprezzabile lo sforzo, tuo e di tutti i sostenitori, di fornire spiegazioni convincenti. Eppure era evidente un certo imbarazzo nel fornire risposte probanti e soprattutto la debolezza dell’impianto concettuale strategico. Si capiva che alla radice non c’era stata una elaborazione centrata sul destino possibile della città operando con occhio lungimirante nel presente per vederne il futuro, direi cercando di cogliere il suo spiritus loci, che è la sua storia secolare di naturale capoluogo territoriale, che non solo non va sminuito o addirittura dimenticato, ma che semmai va riscoperto e reinterpretato catturandone tuttavia ed esaltandone la più intima essenza.

Può essere fatto evidentemente proprio esaltando il raccordo città-campagna-territorio e il rapporto tra creatività artistica e valorizzazione dei beni culturali come risorsa solida a cui ancorare iniziative capaci di effetti duraturi, che poi significa, senza scendere qui nei particolari, anche lavoro, speranza, attrattività. Questione a cui forse non si può rispondere con interviste, per forza di cose improvvisate in quanto fatte in funzione della partecipazione ad un bando, da cui scaturiscono “12 linee di intervento che vengono sviluppate con cinquanta azioni prevalenti”.

Forse in occasioni come queste è bene costituire un comitato promotore, se non tutto cittadino almeno territoriale con esperti a supporto. Probabilmente, bisogna poi stabilire filiere interrelate più organiche e selezionare le attività in base a criteri di coerenza e gerarchie di priorità. E questione però a cui non può sopperire il metaverso, utile sì, ma con effetti che, in mancanza dell’ancoraggio ad operazioni strutturalmente stabili, rischiano di restare puramente scenografici.
Innanzitutto, un comune capofila di venti comuni dell’area interna sud-ovest orvietano avrebbe dovuto apparire capace di problematizzare nell’attualità il ruolo territoriale della città storica.

Orvieto può essere infatti interpretata oggi senza forzature, con tutto ciò che significa anche praticamente, come naturale porta d’accesso della vasta e variegata regione dell’Etruria, tutta da riscoprire e da trasformare in quel “Distretto della cultura dell’Italia centrale” che anni fa fu opportunamente ipotizzato per la civiltà etrusca (“Distretto dell’Etruria meridionale”) e che poi però senza ragione apparente fu inopportunamente abbandonato. D’altronde, per una città che aspira ad essere proclamata capitale italiana della cultura, è addirittura un’ovvietà assumere come tratto peculiare della sua politica culturale la valorizzazione di un aspetto della storia e della cultura territoriale che, come quella etrusca, è anche un aspetto dell’identità dell’Italia nel mondo. A proposito appunto di sconfinamento.

Allo stesso ordine e dimensione di problemi appartiene la presenza di una cattedrale capolavoro dell’architettura gotica nota in tutto il mondo per il suo intrinseco valore artistico e però anche custode del Corpus Domini, una delle reliquie più celebrate e uno dei simboli più potenti della natura universale del cristianesimo, cui com’è noto è legata la bolla Transiturus, emanata da papa Urbano IV° nel 1264 e di cui perciò ricorre il prossimo anno il settecentosessantesimo anniversario.
La candidatura a città italiana della cultura non dovrebbe trascurare un aspetto come questo, che fa di Orvieto uno dei luoghi più importanti della cristianità, parte di un Paese sede del papato.

Né può ignorare che il Duomo custodisce anche uno dei vertici dell’arte rinascimentale, il Giudizio universale, capolavoro di Luca Signorelli, di cui quest’anno corrono i cinquecento anni dalla morte.
Sarebbe stato quanto mai opportuno, come peraltro è emerso da una delle domande della commissione, partire proprio dalla valorizzazione del patrimonio storico e artistico, religioso e laico, civile e militare, e innestare in modo appropriato su questo le iniziative di quella “nuova e più dinamica narrazione” che a te, e non solo a te, sta a cuore, e che però non può essere generativa di novità strutturate se non in una città posta in rinnovata dimensione territoriale proiettata a livello nazionale e internazionale.

Qui arriva il nodo, se non principale certamente rilevante, che, se colto, può determinare il passaggio, di cui ho detto all’inizio, dalla battuta d’arresto alla ripresa di una progettualità vincente in quanto coerente con la storia peculiare della città e con il suo ruolo di soggetto produttore di cultura con respiro nazionale e mondiale. Parlo del MOST, il Museo dei Tesori Nascosti, un’idea progettuale a te nota fin dal giugno 2021, da me riproposta nel 2022 e finalmente approvata all’unanimità dal Consiglio comunale con apposita mia mozione il 30 dicembre scorso.

Nelle condizioni che ora si sono create, cara sindaca, non c’è progetto risolutivo più importante e dotato di potenzialità multiple di questo. Non ti sembri paradossale il mio discorso. Pensaci, la città si è presentata con un progetto per la capitale della cultura molto impegnato, dimostrando, al di là di debolezze e contraddizioni, che è consapevole, al netto dell’entusiasmo su cui tu hai tanto insistito, di problemi strutturali vasti e gravi (crisi demografica e spopolamento, isolamento, giovani che se ne vanno per mancanza di prospettive, precarietà di impieghi, patrimonio in dismissione, ecc.).

La città ci ha provato, con un progetto tutto spostato sulla creatività. Non è andata. Ma quella creatività ora potrebbe innestarsi su qualcosa di molto solido e strutturato: convincere i grandi musei italiani a mettere a disposizione per periodi determinati una selezione concordata di opere oggi conservate nei magazzini, che potrebbero così trasformarsi nel più grande museo al mondo di opere di valore finora non esposte al pubblico.

Cosicché, oltre a grandi flussi turistici organizzati e destagionalizzati, si potrebbe generare una mole enorme di attività interconnesse (studio e ricerca, formazione e restauro, allestimento ed esposizione, ecc.) e uno sviluppo di qualità che dalla città nel suo complesso può proiettarsi nel suo vasto territorio di riferimento. Da qui anche residenzialità, ragioni per la permanenza dei giovani e ripopolamento. Tutto naturalmente accompagnato da una adeguata politica dei servizi individuali e collettivi, dell’offerta turistica e della qualità ambientale.

Certo, si rimane interdetti nel constatare che anche di questo non si sia fatto cenno, se non nel progetto almeno nella presentazione la mattina del 28 marzo, ciò che avrebbe potuto rappresentare una premessa di colloquio con il Ministro che il Consiglio ti ha incaricata di chiedere con urgenza. Ora quell’urgenza è diventata pressante, anche perché si sono profilate nuove condizioni che rendono ancor più interessante per lo stesso Ministero e per il Governo prendere in considerazione un’idea come il MOST.

C’è infatti il pericolo per l’Italia di non riuscire a spendere una enorme quantità di fondi del PNRR e si è aperta una partita di rilancio e di impegno in cui il ruolo dei sindaci sta diventando determinante per non restituire all’Europa soldi con tanto sforzo ottenuti. L’idea può in tempi abbastanza rapidi essere trasformata in progetto. L’ex caserma Piave è lì, attende un riuso intelligente al servizio della città e del Paese. Facciamolo allora questo progetto! Perché è giunto il tempo di muoversi davvero con determinazione e coraggio.

Lo so, ne sono ben consapevole, che si tratta di operazione difficile. Ma so anche che spesso ciò che appare difficile o addirittura impossibile si può rivelare più dotato di senso pratico di quanto non si creda. D’altronde, se non avessimo ragionato così, se ci fossimo arresi allo scetticismo, che pure anche allora veniva sparso a piene maini, non avremmo né ottenuto la legge speciale per Orvieto e Todi e i suoi successivi consistenti rifinanziamenti né sviluppato e realizzato il Progetto Orvieto. Accordati allora con la presidente Tesei, visto che l’idea è stata approvata all’unanimità anche dal Consiglio regionale, e andiamo a Roma! Adesso però, non tra qualche settimana o mese. Il tempo è diventato oro. Esprimo la fiducia che vorrai accogliere favorevolmente questo mio accorato appello.
 


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