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Lettera aperta di un cittadino al Consiglio comunale diOrvieto: “Due no al Garante dei detenuti, due occasioni perse”

Tempo di lettura: 2 Minutei

di Sergio Carli

All’ultimo Consiglio comunale la mozione sulla situazione carceraria, presentata
dai gruppi di opposizione, è stata emendata dalla maggioranza nella parte che
prevedeva la nomina di un Garante dei detenuti per il carcere
di Orvieto. Snaturata nel suo contenuto, la mozione è stata ovviamente ritirata
dai proponenti.

Era una proposta semplice, chiara, dal valore soprattutto simbolico. Il Garante
comunale è un ruolo non retribuito, senza costi per l’amministrazione, senza
nuovi capitoli di spesa. Un segnale, solo questo, doveva essere un segnale.
Un segnale importante per chi il carcere lo vive ogni giorno, per chi lo attraversa,
per chi ci lavora, per chi crede che non sia un corpo estraneo ma una parte viva
della città. Per me lo è, lo è ogni giorno, nelle officine dove lavoro fianco a fianco
con i detenuti, lo è negli sguardi di chi aspetta di essere visto, riconosciuto,
considerato ancora parte di una comunità.

La figura del Garante non avrebbe cambiato il mondo, non avrebbe risolto i
problemi strutturali, né trasformato magicamente le difficoltà quotidiane, sarebbe
stata però un simbolo forte: il riconoscimento che la città non si gira dall’altra
parte, che il carcere non è un altrove da dimenticare e che le persone detenute
restano persone.

E invece, per la seconda volta, la proposta è stata respinta.

Non entro nemmeno nel merito delle argomentazioni, perché il punto è un altro,
il punto è la sensazione, amara, che non si sia voluto nemmeno discutere
davvero, che una proposta venga respinta non per ciò che contiene, ma per chi
la presenta. Che si bocci perché “non l’ho scritta io”, perché arriva da una parte
diversa, perché riconoscerne il valore significherebbe ammettere che il bene
comune non ha colore politico.
Sono deluso, profondamente deluso.
Deluso da una politica nella quale faccio sempre più fatica a riconoscermi, una
politica dove il concetto di bene comune sembra essersi smarrito, dove il senso

civico si piega alle logiche di schieramento, dove anche un gesto simbolico –
gratuito, condivisibile, umano – diventa terreno di contrapposizione.
Non è questo che merita Orvieto, non è questo che meritano i cittadini e non è
questo che meritano i detenuti con cui lavoro ogni giorno, persone che stanno
pagando il loro debito ma che non hanno smesso di essere parte della nostra
comunità.

Due mozioni bocciate, due occasioni perse.
Nel frattempo, loro restano lì, aspettano di essere ascoltati, aspettano che
qualcuno dica che fanno parte della città. Aspettano di non finire dimenticati
dietro un muro e dentro un verbale di Consiglio comunale.
Io continuerò a lavorare con loro, a credere in una rete cittadina che sappia
includere anche il carcere, a pensare che una comunità si misura da come
guarda ai suoi luoghi più difficili ma oggi non posso nascondere l’amarezza.
Perché il simbolo forse non cambia le cose ma l’assenza di un simbolo, a volte,
dice molto di più.


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